Mal d’Africa (voglia di Kenya)

L’inverno incombe, le temperature si abbassano, il grigio milanese aumenta e mi torna il mal d’Africa, contratto la prima volta durante il capodanno 2010 passato in Kenya.
Sebbene caratterizzato da “colonialismo turistico” – resort tutti uguali venduti dai principali tour operator – il Kenya offre la possibilità  di venire a contatto con tanti mondi differenti per cultura e natura.

Povertà “occidentalizzata”
Atterrati all’aeroporto di Mombasa è subito chiaro che qui non c’è fretta, tutto è molto calmo e ci si muove con il tempo necessario a sudare il meno possibile in un caldo non umido ma direi “importante”.
Nel trasferimento verso il resort a Watamu non si può  rimanere impassibili di fronte a una periferia urbana estesa per chilometri e caratterizzata da tanta povertà.
Bancarelle con poco o niente da vendere fanno da sfondo a case in cemento che hanno l’aria di prefabbricati poco stabili. A contrasto si perde il conto dei cartelloni pubblicitari (coca cola e cellulari su tutti) che arrivano a ricoprire intere case come se fossero delle affissioni su più piani. 
La povertà la potrete toccare con mano negli orfanotrofi di Malindi, tappa prevista al rientro di tutti i  Safari come se fosse una sosta in un negozio di souvenir.
Un’esperienza toccante per l’assoluta assenza di ogni cosa, gli sguardi dei bambini che non si possono descrivere. Consiglio di fare come noi, portando dall’Italia vestiti e materiale scolastico (quaderni penne ecc.) con la speranza che vengano ben utilizzati.

Turismo globalizzato
Una volta varcata la soglia del resort si entra nel “magico” mondo delle vacanze per occidentali. Le strutture ricettive si assomigliano tutte e sono di livello più o meno alto con buffet internazionale (odio i buffet lo avevo già scritto vero?) e spettacoli serali di indigeni locali (saranno veri o abitanti della città  che hanno trovato un modo di sbarcare il lunario?).
Il nostro è il Jacaranda Beach ed è situato a Watamu, zona meno caotica di Malindi, che abbiamo prenotato direttamente con il rappresentante italiano (ci ha pure trovato il volo).
Il mare è molto bello da vedere e per passeggiare, meno per i bagni a causa delle maree molto lunghe che portano a far apparire e scomparire chilometri di mare.

Ma la vera caratteristica dei resort kenioti sono i beach boys, vero anello di congiunzione tra il lusso del resort e la povertà fuori dai cancelli. Per chi non fosse mai stato in Kenya i beach boys sono ragazzi che cercano di vendere sulla spiaggia qualsiasi cosa ai turisti, dalle escursioni in mare ai safari, ai tappeti, quadri, statue d legno, vestiti ecc ecc. Per ogni richiesta del turista esiste un cugino, un amico, un parente che detiene il prodotto migliore al prezzo più  basso del Kenya. Sono “autorizzati” a stare a ridosso della battigia, ma non ad avvicinarsi agli ombrelloni, molto ben sorvegliati dalle guardie dei resort. Molti parlano più lingue e in particolare italiano e per farsi riconoscere usano nomi italiani di sicuro effetto tipo “Picasso” o “Giorgio Napolitano”.

Safari mon amour
Infine il vero spettacolo del Kenya: il Safari. Non ho parametri per confrontare i parchi di altre nazioni quali Sudafrica o Namibia che mi dicono essere bellissime, ma credo che non sia possibile descrivere l’emozione della prima volta a contatto con gli animali della savana. È vero, si combatte continuamente con il dubbio della presenza di animali organizzata dalla “pro-loco” keniota e l’idea di essere in un posto incontaminato, però quando ci si ritrova a pochi passi da una giraffa o ti svegli in una stanza con un elefante a poche decine di metri dalla finestra, beh lasciatemi dire che l’emozione è tanta.
Noi siamo stai nel Parco Tsavo Est a poca distanza da Watamu / Malindi e tutto organizzato via internet da un piccolo tour operator locale di una ragazza italiana trasferita in Kenya, ma da un lato i resort e dall’altro i beach boys fanno a gara per proporre Safari più  o meno lunghi. Fate solo attenzione che dormire in un campo tendato al di fuori del parco porta vantaggi economici, ma dall’altro accorcia i tempi di permanenza nel parco stesso.

Il resto delle foto lo potete trovare qui, qui e qui.

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